The Family of Man 2019

EN – More than 60 years ago, Edward Steichen, with a memorable photographic exhibition created for MOMA in New York, reminded us that we are all part of the Family of Man. The visual power of the images and the few short quotations that accompanied them were enough by themselves to make the message of brotherhood perfectly clear without rhetoric. I have become highly motivated to resume and spread the message of the exhibition, which had impressed me at the time and which today seems to me even more important and necessary than it was then. I decided to do this by means of a video making use of a limited number of photos from the historical exhibition and integrating them with new photos relevant to the subject. Those would include my own photos and also the work of photographers active on the web who were willing to help me in this difficult task. I therefore make this appeal to anyone prepared to help me to bring this task to completion. I have set out below, in several languages, the details of the project and how to send the photos.

IT – 60 anni fa, Edward Steichen, con una memorabile mostra fotografica creata per il MOMA di New York, ci ha ricordato che, Tutti, facciamo parte della Famiglia dell’Uomo. La potenza visiva delle immagini e le poche brevi citazioni scritte che le accompagnavano rendeva evidente il messaggio di fratellanza senza bisogno di molta retorica.
Molto motivato a riprendere e diffondere il messaggio della mostra, che all’epoca mi aveva profondamente colpito e che oggi a me sembra ancora più importante ed attuale di allora, ho pensato di farlo con un filmato, ricorrendo ad un numero limitato di foto della mostra storica integrandole con foto, pertinenti al soggetto, mie e dei fotografi attivi sul web disposti ad aiutarmi in questa difficile impresa. Mi rivolgo quindi a chi sia disposto ad aiutarmi a portare a buon fine questo tentativo. Qui di seguito, in più lingue, i dettagli del progetto e le modalità per l’invio delle foto.

FR – Il y a 60 ans, Edward Steichen, avec une exposition photographique mémorable créée pour le MOMA de New York, nous a rappelé que, tous, nous faisons partie de la Famille de l’Homme. Le pouvoir visuel des images et les quelques citations écrites qui les accompagnaient ont permis de clarifier le message de fraternité sans trop de rhétorique. Très motivé à reprendre et à diffuser le message de l’exposition, qui m’avait profondément impressionné à l’époque et qui me semble aujourd’hui encore plus important et d’actualité, j’ai décidé de le faire avec un montage vidéo utilisant un nombre limité de photos de l’exposition historique en les intégrant avec des photos, en rapport avec le sujet, miennes ou des photographes actifs sur le Web qui seraient prêts à m’aider dans cette tâche difficile. Je lance donc un appel à ceux qui sont disposés à m’aider à mener à bien cette tentative. Ci-dessous, en plusieurs langues, les détails du projet et les modalités d’envoie des photos.

ES – Hace 60 años, Edward Steichen, con una memorable exposición fotográfica creada para el MOMA en Nueva York, nos recordó, que, todos somos parte de la familia del hombre. El poder visual de las imágenes y las pocas citas escritas que lo acompañaron dejaron en claro el mensaje de hermandad sin mucha retórica. Muy motivado para recuperar y difundir el mensaje de la exposición, que en ese momento me había impresionado profundamente y que hoy en día me parece aún más importante y actual, decidí hacerlo con una edición de video, utilizando un número limitado de fotos de la Exposición histórica integrándolos con otras fotos relevantes al tema, algunas mías y de otros fotógrafos activos en la web dispuestos a ayudarme en esta difícil tarea. Por lo tanto, hago un llamado a aquellos que estén dispuestos a ayudarme a completar este intento. A continuación, en varios idiomas, los detalles del proyecto y cómo enviar las fotos.

Lettera a Mario Calabresi – 14 marzo 2018

A Mario Calabresi
Direttore
La Repubblica

Caro Direttore,

dopo una campagna elettorale giudicata, da alcuni, la peggiore di tutta la storia della nostra Repubblica, mi sembra che si stia attualmente assistendo ad un dibattito post elettorale altrettanto deprimente. A mio modesto avviso per la stessa ragione, la focalizzazione del confronto su questioni ideologiche, tattiche o di principio e non sui programmi.

Il fatto di discutere su misure concrete, concepite per realizzare in modo credibile obbiettivi ben definiti, avrebbe, credo, il vantaggio di rendere evidente che la strada è stretta e lascia poco margine per incolmabili divergenze.

Quando si tratta di affrontare temi quali la criminalità organizzata, la corruzione, l’evasione fiscale, il degrado ambientale o l’inefficienza amministrativa l’aspetto ideologico è secondario o inesistente. Non ci sono soluzioni di destra di centro o di sinistra, c’è o non c’è la volontà di risolverli.

L’incapacità dimostrata, tanto a destra che a sinistra, di ridurre in modo consistente gli sprechi che appesantiscono il bilancio dello stato mi sembra dimostri che, anche in questo settore, sono determinanti i legami clientelari, non gli aspetti ideologici.

Se in fatto di Europa si partisse da un’analisi dei problemi internazionali ai quali siamo confrontati e dagli interessi italiani in gioco credo che anche il dibattito sull’Europa si rivelerebbe inconsistente. Non solo Di Maio e Salvini, che non sono certo degli sprovveduti, ma anche il loro elettorato, se correttamente informato, si renderebbe subito conto che l’Italia, da sola, di fronte alle strategie sofisticate e muscolari di Trump o di Putin, tanto per citare due dei tanti interlocutori ai quali chi avrà responsabilità di governo sarà confrontato, avrebbe ben poco potere contrattuale.

Ma anche in settori apparentemente più sensibili dal punto di vista ideologico, per esempio il problema della disoccupazione o quello dell’immigrazione clandestina, una discussione sulle misure concrete avrebbe se non altro il vantaggio di individuare e definire le eventuali alternative di destra o di sinistra, se davvero esistono.

Sono stato un convinto sostenitore di Renzi nonostante il suo modo di fare indisponente e l’apparente incapacità di concettualizzare le iniziative politiche in un quadro strategico chiaro sia negli obbiettivi che, soprattutto, nei tempi necessari per realizzarli. Il suo libro “Avanti”, che di avanti ha ben poco e che sembra fatto apposta per esibire i suoi difetti piuttosto che le sue qualità, è esemplare al riguardo.

Mi sembra che molto di quanto fatto dal governo Renzi e successivamente dal governo Gentiloni sia stato positivo per il nostro paese e non credo che la bocciatura elettorale attuale e neanche quella referendaria dipenda dai contenuti politici delle proposte e dall’operato dei loro governi. Lo deduco dal fatto che i vincitori, Di Maio e Salvini, sono abili e simpatici imbonitori, ma né l’uno né l’altro ha presentato un programma di governo articolato e credibile e nessuno dei due mi sembra particolarmente convincente come statista capace di realizzare programmi che richiedono coraggio e non garantiscono popolarità.

Credo che una parte consistente di elettori, confrontati a quadri programmatici poco chiari, irrealistici o inesistenti, frastornati dal troppo pieno generalizzato di promesse esorbitanti, memori delle delusioni di tornate elettorali precedenti e, nel caso degli elettori del PD, disgustati dalle cacofonie interne, questa volta anche supportate da due delle più alte cariche dello Stato, abbiano semplicemente deciso di dare  il loro voto ai due partiti che finora non avevano mai avuto la possibilità di governare.

È una scelta rischiosa che non condivido ma che non mi sorprende vista l’enorme popolarità trasversale di cui gode nel nostro Paese il gratta e vinci e simili strumenti che in fatto di rapporto costi benefici sono assimilabili alle peggiori forme di usura.

A questo riguardo mi sento di tranquillizzare l’Onorevole Laura Boldrini (vedi articolo di Laura Boldrini su “La Repubblica” del 12 marzo), gli Italiani non hanno detto no a equità, giustizia sociale e lavoro. Le segnalo, come prova, la grande popolarità di cui gode Papa Francesco che difende gli stessi principi anche se, mi sia concesso, con maggiore autorevolezza e concretezza. Sono certo che se Papa Francesco si fosse presentato candidato avrebbe stravinto le elezioni, non solo grazie ai voti della sinistra, ma anche di quelli di centro e di destra. Mi sembra un po’ pretenzioso supporre che questi valori siano appannaggio esclusivo di Liberi e Uguali. Credo che il deludente risultato elettorale dipenda dal fatto che gli elettori italiani abbiano supposto che dietro le belle parole non ci fossero idee molto chiare su come realizzare concretamente gli obbiettivi, tanto più che la proposta concreta che ha avuto maggiore visibilità sui media è stata l’abolizione delle tasse universitarie, per tutti, compresi i nipoti di Berlusconi.

Mi permetto inoltre di segnalare a Ezio Mauro (vedi articolo di Ezio Mauro su “La Repubblica” del 12 marzo) che più di quarant’anni di negoziati, nei contesti più diversi, mi hanno insegnato che il fattore determinate per il successo è l’avere idee estremamente chiare sugli obbiettivi e sui mezzi necessari per raggiungerli. Nella fattispecie la chiarezza non la chiederei ai Cinque Stelle, ma al Partito Democratico. Un programma condiviso e realista su come abbordare e risolvere i maggiori problemi del Paese, è indispensabile per negoziare una partecipazione governativa da posizioni di forza e lo è altrettanto per organizzare un’opposizione parlamentare costruttiva ed efficace.

In fondo una collaborazione concordata su basi programmatiche solide e trasparenti fra PD e Cinque Stelle potrebbe risultare stimolante e positiva, in particolare in settori quali l’eliminazione degli sprechi e la lotta alla corruzione.

Penso che il maggior difetto non solo di Renzi ma anche di gran parte dei politici italiani, sia l’incapacità di presentare i meriti del proprio operato senza demonizzare sistematicamente quanto realizzato da chi è venuto prima di loro. Il fatto di non riconoscere che i piccoli o grandi successi di oggi, non solo i problemi, dipendano anche da interventi fatti da altri lascia supporre che non si abbia la minima idea di come funzionano i processi economici. È un peccato capitale in un Paese come il nostro, gravato da problemi le cui soluzioni richiedono inevitabilmente perseveranza e tempi lunghi. Per nostra fortuna non viviamo nella Cina di Xi, il nostro è un Paese democratico dove l’alternanza dei partiti al governo è inevitabile ed anche auspicabile. Un accordo esplicito fra tutti o gran parte dei partiti, almeno su un numero ridotto di misure indispensabili, anche se impopolari, per risolvere progressivamente i problemi del debito pubblico, della criminalità organizzata, dell’evasione fiscale, della competitività o dell’occupazione, tanto per citarne alcuni, mi sembra il presupposto indispensabile per risolverli, ma anche un buon test per valutare la validità e l’utilità di una collaborazione governativa. Non si potranno mai realizzare obiettivi sostanziali in questi settori se ad ogni mutamento di compagine governativa si comincerà con il disfare il poco o molto di buono già realizzato, per principio o perché dispiace ad una parte degli elettori.

Mi rivolgo a lei non solo per sfogo personale, ma anche perché, in questi frangenti, mi sento in dovere di dare un mio piccolo contributo basato sulla mia lunga esperienza amministrativa. Mi sembra che la maggior parte dei mezzi di comunicazione, nonostante il momento estremamente delicato per il nostro Paese, siano più impegnati nell’evidenziare e fomentare divergenze che nell’individuare e stimolare convergenze.

Spero sempre che la buona fede e l’attaccamento all’interesse del Paese esistano e possano finire per prevalere anche nella tanto screditata e deprecata rappresentanza parlamentare che noi abbiamo eletto. Penso inoltre, ma forse è un’illusione dovuta a ingenuità e incompetenza, che la presa di coscienza delle enormi responsabilità derivanti dall’eventualità di dover governare il nostro complesso Paese in tempi tanto difficili possa ispirare concretezza, equilibrio e buon senso anche nei casi che sembrano senza speranza.

 

Con vive cordialità e auguri di buon lavoro

 

Ranieri Di Carpegna
14 marzo 2018

Hai Ritanna

Reazione in appoggio alla lettera di Teresa Benedini pubblicata nella rubrica “Ci scrivono i lettori” del numero 06 del 15 marzo 2017 di “Rocca”, rivista  della Pro Civitate Cristiana di Assisi.

Rocca – 06 – 15 marzo 2017

“Ahi Ritanna!”

Desidero comunicare che il mio abbonamento non verrà rinnovato per il 2017. Francamente mi aspetto che una rivista dal tenore cristiano, abbia pure la capacità di rilevare il positivo e non solo il negativo. Se non sappiamo fare questo siamo alla stregua di molti giornali e telegiornali dei quali non se ne può più! Il mio riferimento è soprattutto all’aspetto politico. La signora Armeni, forse, come tanti suoi conoscenti politici, non riesce a fare altro che guerra al Governo, in particolare al Pd. Sono impegnata in politica e, posso assicurare che non è come la descrive la signora. Che il segretario Renzi non piaccia alla signora… non deve essere tanto evidente!!! Ad ogni modo ognuno ha le proprie idee. Io sarò sempre grata a Matteo Renzi per il coraggio che ha avuto di andare contro tutti, perché l’Italia facesse dei passi avanti! Buon lavoro a tutti. Teresa Benedini Brescia

 

Gentile signora, lei mi accusa di avere un atteggiamento «preconcetto» nei confronti del Pd e del suo segretario Matteo Renzi. Ne è molto arrabbiata e questo mi dispiace. Cercherò di risponderle mettendo da parte le passioni e scendendo nel merito. Partiamo innanzitutto da una scelta di campo: sono una giornalista e una donna che ha sempre militato a sinistra. Ho lavorato in molti quotidiani e settimanali della sinistra. Quello che mi ha sempre contraddistinto è una particolare attenzione ai più deboli e alla loro condizione sociale; una volta si diceva «classe operaia», oggi si parla del «basso della società», dei senza lavoro, dei pensionati alla soglia della povertà. Questo è il mio filtro, il mio modo di leggere l’azione di questo o di altri governi. Li giudico osservando se la loro azione incide o meno sulla condizione dei più deboli, se tenta di migliorarla. Con una scelta di campo netta, credo tuttavia di non mancare mai di obiettività e di argomentare sempre le mie opinioni. Un giornalista non ha il dovere di essere positivo o negativo, ma di essere attento e critico. Meglio un giornalista che ecceda in critica piuttosto che in un ottimismo che può rapidamente – mi creda ne ho visti tanti – degenerare in servilismo. Mi dispiace che i miei articoli non la soddisfino, ma faccio questo mestiere da oltre quarant’anni e non non ho mai ceduto alla lusinga di incensare il potente di turno. Naturalmente ho ricevuto molte critiche, ma mai nessuno – e sottolineo nessuno – mi ha detto che ho scritto un’inesattezza o una cosa non vera. Del resto non lo fa neanche lei, si limita a criticare quelle che lei presume siano le mie idee. E a lamentarsi perché non coincidono con le sue. Capita. Una piccola critica a mia volta. Che cosa c’entra il tenore cristiano con le questioni che lei solleva? Sta dicendo che per essere buoni cristiani si devono accentuare gli aspetti positivi e quindi approvare l’opera del governo cioè in sostanza sostenere Renzi? E che all’opposto chi non lo fa non esprime un giusto tenore cristiano? Spero proprio di no. Anzi sono sicura che lei non voleva dire questo… ma per un attimo ne ho avuto l’impressione. Le auguro di continuare a leggere Rocca (non per i miei articoli, li salti pure) ma è una rivista così ricca e interessante! Cordiali saluti.  Ritanna Armeni

Rocca 09 – 1 maggio 2017

“Ahi Ritanna !”

Cara Ritanna, non intendo annullare il mio abbonamento a “Rocca”, che leggo sempre con grandissimo interesse, ma vorrei esprimere la mia sintonia, nella sostanza, con la lettera di Teresa Benedini pubblicata su “Rocca” del 15 marzo. Ho cercato di capire come mai leggo con sempre maggiore insofferenza non solo i suoi scritti, ma anche quelli di molti altri giornalisti di sinistra (non leggo stampa dichiaratamente di destra), che trattano dell’operato di Renzi e delle attuali dispute all’interno del PD. Questo non dipende dalla sua attenzione ai più deboli. Credo che tutti i lettori di “Rocca”, me e Teresa Benedini compresi, siano, su questo, in piena sintonia con lei. Quello che mi disturba è che quasi tutti i commentatori di sinistra non tengano conto che Renzi, in quanto presidente del Consiglio dei Ministri, aveva la responsabilità di governare il nostro Paese in un contesto nazionale ed internazionale particolarmente difficile e che il PD, legittimamente, anzi doverosamente, deve porsi come partito di governo e non, come in un passato non troppo lontano, come un partito di opposizione fortemente ideologizzato. Ben inteso questo non implica che non si possa criticare l’operato di Renzi, ma penso che tutti quelli che si rivendicano di sinistra dovrebbero farlo in modo responsabile, cioè con proposte correttive o alternative realizzabili ed operative, e non enunciando una sintonia demagogicamente generica con un elettorato di sinistra non meglio identificato. Considero che in questo la sinistra dovrebbe dimostrarsi più responsabile di un Grillo o un Salvini, se non altro perché per ora dispone ancora di una maggioranza parlamentare ed ha quindi la responsabilità di governo.  Sono personalmente molto preoccupato non tanto per il disincanto dei nostalgici, verosimilmente irrecuperabili, ma per il voto dei molti giovani che sembrano attratti dalla protesta senza prospettive del “non partito” di Grillo e per il rischio che quello che sta succedendo all’interno del PD non risolva nessuno dei problemi del partito e dell’Italia, ma fornisca armi preziose al “non partito” in questione. Mi permetta di aggiungere, a proposito dell’obbiettività che lei rivendica con vigore nella lettera di risposta a Teresa Benedini,  che nei molti articoli che ho letto sul post-referendum ho trovato costanti richiami alla necessità da parte di Renzi di rivedere l’impostazione del suo programma di governo alla luce del risultato referendario, ma paradossalmente non ho letto nessun richiamo agli illustri rappresentanti della sinistra che nella campagna referendaria hanno scelto la compagnia di Grillo, Berlusconi e Salvini, perché, alla luce del risultato e delle sue conseguenze,  chiariscano la logica della loro apparente “deviazione ideologica” e definiscano, in modo esplicito e credibile, le  politiche alternative che propongono per risolvere concretamente i molti problemi del nostro Paese e le strategie elettorali che intendono mettere in atto per ottenere la maggioranza parlamentare necessaria per attuarle. Sono personalmente fra quelli che considerano il 60 % dei no una grossa sconfitta per il futuro del nostro Paese ma che, visto il clima esasperato e settario e la confusione ideologica e di contenuto nel quale si è svolto il dibattito referendario, il 40 % dei sì sia stato, per Renzi, un notevole quasi insperato successo.  Per rendere ancora più concreto ed esplicito come vorrei che fossero abbordati i problemi da chi, come lei, ci aiuta a riflettere aggiungo, qui di seguito, la reazione che mi ha ispirato la lettera di un nostalgico di sinistra pubblicata sul l’“Espresso” del 25 febbraio 2017 nella rubrica “Noi e Voi” di Stefania Rossini. Con molti cordiali saluti. Ranieri Di Carpegna

“La mia sinistra non c’è più”

26 Febbraio 2017
Cara Rossini,
io alla svolta della Bolognina, dove il Pci diventò il Pds, c’ero e ho pianto. Oggi sono ancora qui a guardare la fine vera di quello che fu il mio partito e non piango più: scoppio di delusione. Ne ho viste tante, sa? Figlio di operai, con nonni contadini, ho potuto studiare ingegneria per i sacrifici enormi dei miei genitori ma anche per il clima positivo che si respirava in un Paese che, sia pure negli incandescenti anni Settanta, guardava al futuro e voleva costruirlo. In quel clima molto contava la presenza di un partito comunista che sapeva prendersi carico delle esigenze dei più deboli e lottare per loro.
La mia vita professionale è andata bene e ancora oggi, a 67 anni, lavoro con soddisfazione. La mia vita politica di giovane comunista, e più tardi di maturo militante, è stata invece tempestata da uno slalom di gioie e dolori. La gioia di avere un leader come Enrico Berlinguer che ebbe il coraggio di staccarsi dall’Urss, il dolore per la sua morte, lo smarrimento di vedere sparire un partito, alla Bolognina appunto, che tanto aveva significato dalla Resistenza in poi. Lo stupore di vederlo attraversare, con nomi diversi e con svolte sempre più atlantiste e liberiste i successivi 15 anni.
Non sempre capivo, ma ho accettato che Romano Prodi privatizzasse le industrie italiane a partecipazione statale, che Massimo D’Alema si facesse complice dei bombardamenti in Kosovo, che Piero Fassino chiedesse esultante a un banchiere “Abbiamo una banca?”, e potrei continuare. Ho dato la mia fiducia anche a Walter Veltroni quando il vecchio Pc e la vecchia Dc si sono mischiati e confusi nel Pd; l’ho visto fallire e mi sono sforzato di credere in Pier Luigi Bersani, anche se era evidente che non aveva la stoffa del leader.
Ma quando è arrivato il giovane Matteo Renzi, ho capito che la sinistra in Italia era morta e sepolta, anche se non avrei mai immaginato che l’articolo 18 sarebbe stato affossato proprio dagli eredi del grande partito della sinistra italiana. Ma è andata così, e i tardivi sussulti di chi si ricorda adesso di essere di sinistra, non mi scuotono né mi commuovono. Starò a guardare senza emozioni che ne sarà di tutto ciò con la fiacca speranza che qualcosa di sinistra covi ancora sotto le ceneri delle nostre speranze perdute.
Attilio Guadagni
Tra le molte lettere che hanno trattato con toni diversi la questione della scissione nel Pd, questa sola ha il merito di raccontare, in una biografia politica essenziale, il disincanto di un’intera generazione di uomini e donne di sinistra. Per questo merita tutto lo spazio.

 

 

27 Febbraio 2017
Cara Stefania,
la ringrazio per aver pubblicato la lettera “La sinistra non c’è più” che ha permesso a me, ma credo anche a molti altri, di capire le motivazioni dei dissidi che stanno lacerando, dall’interno, il Partito Democratico. Mi permetto, per suo tramite visto che non dispongo del suo indirizzo, di consigliare all’ingegner Guadagni, che mi sembra una persona equilibrata e sincera, un piccolo esercizio intellettuale che è stato per più di 40 anni professionalmente il mio, in quanto funzionario nel settore pubblico. Si tratta di immaginare quali sarebbero le iniziative politiche che giudica le più appropriate ed efficaci per permettere al nostro Paese di inserirsi con successo, in termini di occupazione e di sviluppo, nel difficile contesto mondiale al quale siamo confrontati. Per evitare un esercizio di pura fantasia e di cadere nel libro dei sogni mi sembra però indispensabile partire da alcune premesse. Innanzitutto che per fortuna il nostro è un Paese democratico e che quindi chi ha la responsabilità di governare deve tener conto degli interessi legittimi della maggior parte possibile di nostri concittadini, tanto di sinistra che di destra. Inoltre, che la mondializzazione è un dato di fatto, dovuta allo sviluppo tecnologico, ad internet, ai voli low cost, ma soprattutto all’attenuazione dei conflitti armati ed ideologici che ha permesso ad una parte territorialmente e numericamente preponderante del mondo di sbloccarsi e di darsi da fare per conquistare legittimamente una sua parte di benessere. Sul piano nazionale bisogna ovviamente tener conto delle nostre potenzialità, che sono molte, ma anche dei nostri drammatici problemi: la criminalità organizzata che intralcia lo sviluppo  delle nostre regioni meridionali e falsa la concorrenza nelle nostre regioni settentrionali, la propensione molto diffusa all’evasione fiscale, un debito pubblico stratosferico che riduce le possibilità di intervento del settore pubblico, non per colpa dell’Europa o della Merkel, ma perché una parte del bilancio dello stato è impegnato per pagare gli interessi, una funzione pubblica che pur disponendo di individualità fra le migliori del mondo è purtroppo molto spesso dominata dagli assenteisti e demotivata professionalmente dal ricorso sistematico alle consulenze esterne quasi sempre di natura clientelare etc. etc. . Mi sembra che l’obbiettivo che si è dato Renzi è di dare maggiore competitività al sistema Italia e contestualmente di ripartire più equamente gli oneri e i benefici che ne derivano. Il difficile è realizzare questi due obbiettivi visto che implicano riforme importanti di settori politicamente difficili quali la scuola, la funzione pubblica, la fiscalità, il lavoro, la sicurezza, le infrastrutture…, senza dimenticare la riforma istituzionale che tutti i partiti consideravano indispensabile e la riforma della legge elettorale. Si tratta di misure che toccano sensibilità tanto di sinistra che di destra e che quindi incontrano opposizioni da tutti e due gli schieramenti. Se l’ingegnere avrà la pazienza di dedicare un po’ di tempo a questo interessante esercizio mentale apprezzerà, credo con occhi diversi, quanto Renzi è riuscito a fare, grazie ad un’energia ed a una capacità operative che a me sembrano eccezionali, nonostante le continue contestazioni interne al suo stesso partito ed in un Parlamento dominato da eminenti “statisti” che pur dichiarandosi a gran voce paladini dei problemi della gente  sembra, a giudicare da quanto mettono sui siti internet e dal niente che dicono molto abilmente nei talk show, che  non abbiano la ben che minima idea di cosa bisognerebbe fare per cercare seriamente di risolverli o, più verosimilmente, che sanno benissimo che le soluzioni implicano tempi lunghi e soprattutto misure impopolari che ovviamente aborrono. Forse l’ingegnere sarà un po’ più comprensivo anche nei riguardi dell’insofferenza di Renzi verso chi, a fronte di problemi drammatici da affrontare in un contesto europeo e mondiale sempre più complesso, non sembra impegnato a migliorare le sue proposte di legge e a renderle più efficaci, ma si limita a lamentare l’assenza di concertazione, di dialogo, di empatia con l’elettorato di sinistra. Credo che l’analisi attenta dei problemi nati, in gran parte, dallo sperpero di risorse favorito tanto dalla destra che dalla sinistra, nel periodo che Guadagni sembra ricordare con nostalgia, lo porterà anche ad  individuare con maggiore obiettività dove si trovano le responsabilità e l’arroganza all’interno del partito Democratico, soprattutto quando queste accuse vengono da chi, a suo tempo, ha orchestrato per puri calcoli di potere personale la caduta del primo governo Prodi che era riuscito, con il suo operato, a motivare gli Italiani di buona volontà ed a dare qualche speranza  in un futuro migliore per il nostro bellissimo e sfortunato Paese. Personalmente rimprovererei a Renzi di non avere, all’inizio del suo mandato, prospettato chiaramente agli Italiani e soprattutto ai giovani, che sono attualmente i più vulnerabili, i problemi da affrontare, la logica delle misure proposte ed i tempi necessari per concretizzarle, indicando quelle destinate a dare risultati più a lungo termine e quelle finalizzate, non come dicono i detrattori a comprare consenso, ma a tamponare temporaneamente le situazioni più drammatiche. In questo Prodi, a suo tempo, era stato molto più bravo di lui. Grazie per l’attenzione e molti cordiali saluti.
Ranieri Di Carpegna

19 Marzo 2017
Gentile Ranieri Di Carpegna,
il suo interessante intervento è stato pubblicato come commento alla lettera del sig. Guadagni, che appare anche nel nostro sito on line. Ecco il link: http://lettere-e-risposte.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/02/26/la-mia-sinistra-non-ce-piu/
Grazie dell’attenzione e cordiali saluti
Stefania Rossini <stefania.rossini@espressoedit.it>

Il galop degli Amici in Bici

Da uno spartito trovato per caso in un mercatino è spuntato un galop composto nel 1890 per un gruppo di amici ciclisti dell’epoca. Il testo, leggemente aggiornato e cantato dai meno stonati di noi, è diventato l’inno del gruppo di “Amici in Bici” torinese. Il galop è illustrato, nel filmato, da foto del nostro “achivio storico” con ciclisti che assomigliano in modo impressionate ad attuali membri del gruppo.

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Scarica qui il filmato ad alta definizione (1,11 Gb)

A proposito dell’EURO

Caro Augias,

sono sorpreso per il rilievo dato all’articolo di Luciano Gallino su “la Repubblica” del 22 settembre. Mi sembra che articoli del genere,  nonostante ed anzi a causa dell’indiscussa autorevolezza dell’autore, non aiutino i lettori  a farsi un’idea obbiettiva di cosa rappresenti per l’Italia  l’uscita  dall’euro. Metà dell’articolo analizza le modalità giuridiche di un eventuale negoziato, a mio modesto avviso aspetto  marginale del problema. Se realmente l’uscita dall’euro fosse determinante o semplicemente potesse realmente fornire un aiuto consistente all’Italia per risolvere i suoi annosi problemi strutturali credo che non ci sarebbe bisogno di sognare,  non sarebbe troppo difficile trovare un governo, tanto di destra che di sinistra, capace di negoziare l’uscita dall’euro. Quello che Gallino non spiega é per quale miracolo l’uscita dall’euro renderebbe più facile la piena occupazione, una migliore politica industriale, la difesa dello stato sociale e una società meno disuguale. Gallino dimentica che i problemi nei quali ci troviamo, oltre che dal difficile contesto internazionale,  dipendono dal comportamento non solo dei politici che compravano consenso aumentando in modo dissennato la spesa pubblica, accumulando il debito pubblico non per investimenti produttivi ma per alimentare spese correnti a esclusiva finalità clientelare, ma anche degli imprenditori che, contando sul supporto delle svalutazioni, invece di investire i lauti profitti accumulati negli  anni di crescita economica per mantenere e aumentare la competitività delle proprie aziende, hanno accumulato fortune personali, almeno in parte nascoste al fisco, fortune che oggi contribuiscono in modo probabilmente non marginale alla volatilità dei mercati finanziari mondiali. In poche parole i nostri problemi non derivano da troppa, ma da troppo poca disciplina. La disciplina attuale non ci é imposta dalla Germania, ma dal buon senso, spero almeno in parte ritrovato, e dalla drammaticità della situazione economica  enfatizzata dal peso delle dissennatezze del passato. In particolare quando si tratta di soggetti di importanza vitale per il nostro Paese credo che un giornale autorevole come “La Repubblica” dovrebbe imporre, innanzitutto ai propri giornalisti, ma anche a quanti desiderino esporre il proprio legittimo punto di vista, di argomentare chiaramente le proprie idee e non di fare proclami semplicistici sfruttando l’autorevolezza acquisita, a volte in campi non direttamente connessi al soggetto trattato. Cordiali saluti.

Ranieri Di Carpegna

 

Reazione all’articolo di Luciano Gallino pubblicato su “La Repubblica” del 22 settembre 2016